Alle origini della città

by • 14/11/2012 • Codice Cariddi, Roba mia, SaggiComments (0)2036

Il Codice Cariddi sta per uscire su Amazon.it in una nuova versione rivista e aggiornata, come kindle book e libro cartaceo. Per l’occasione sono stati aggiunti articoli e approfondimenti speciali. Ecco il quarto di questi, dedicato alla fondazione della città di Messina.

Messina – alle origini della città

Zancle (dal greco Ζαγκλης, Falce) è l’antico nome di Messina dato a questa colonia calcidese al momento della fondazione. È un nome derivato dalla lingua dei Siculi secondo Tucidide ed è sostituito dal toponimo Messene/Messana quando un gruppo di Messeni – su invito di Anassilao, tiranno di Rhegion di origine messenica, conquista la città sopraffacendo i Calcidesi e i Samii.

Fin qui wikipedia.

Se teniamo conto della data di fondazione “alta” della colonia greca di Zankle (o Dankle), quella del 757-756, Messina sarebbe più antica di Roma e avrebbe fornito una base importante alla colonizzazione dell’intera area di Magna Grecia e Sicilia. Certo è che molte fonti sono attente nel ricordare la priorità di Pitecusa (Ischia) e Cuma tra tutte le colonie, seppure nell’incertezza dei riferimenti archeologici effettivi. Se questa interpretazione regge, non c’è comunque dubbio che Messina sia stata una ottima “numero due” per la colonizzazione della Magna Grecia, necessario approdo per l’attraversamento dello Stretto e centro già frequentato da Fenici e da tutte le genti mediterranee che di lì transitavano.

Tucidide ci dice che Zankle sarebbe nata ad opera di un drappello di corsari sbarcati da Cuma e di origine calcidese; in seguito, da Calcide e dal resto dell’Eubea sarebbe arrivato un gruppo più popoloso di coloni che cominciarono a distribuirsi i poderi. Ne sarebbero stati nominati ecisti Periere e Cratemene, l’uno in arrivo da Cuma, l’altro da Calcide. Qui comincia la storia greca di Messina.

Tucidide

D’altra parte, all’arrivo dei Greci le stesse coste e le stesse terre erano abitate da secoli dai Siculi, ovvero gli Šekleš (Sheqlesh o Sheqelesh) citati prima dal faraone Merenptah, alla fine del XIII sec. a.C come invasori dell’Egitto, e poi da Ramses III, circa tre decenni dopo come minaccia proveniente dal mare, reduci dalla distruzione di diverse città ittite e mitanniche. Assieme agli altri “Popoli del Mare” (o meglio alle “Genti di la delle Isole”), gli Sheqelesh imperversarono per il Mediterraneo in questa sorta di alleanza di predoni e scorridori dei mari, ben riconoscibili tra loro come popoli diversi, ma straordinariamente alleati in una temuta armata di saccheggiatori numericamente pericolosa.

Su navi esili e decorate con teste di uccelli, gli Sheqelesh e gli altri corsari diedero una scrollata esiziale al sistema “internazionale” delle grandi potenze mediterranee dell’Età del Bronzo, contribuendo alla caduta dell’impero ittita e al ricambio di potere nell’Egitto faraonico. Gli Sheqelesh in particolare sono inoltre citati, come Shikalayu, dall’ultimo re ittita Shuppululiuma (Suppiluliuma) II, che inviò una missiva all’ultimo re di Ugarit Hammurabi, allertandolo appunto dell’arrivo dei “Shikalayu che vivono su barche”. Nel giro di qualche anno caddero sia il regno di Ugarit che quello ittita.

L’origine dei Siculi (forse mediorientale o italica) è ancora poco conosciuta. Essi tuttavia iniziarono a stanziarsi in Sicilia orientale intorno al XIV sec. a.C., portando con sé l’uso del cavallo e del rame, un’organizzazione tribale e un’economia legata al mare e all’agricoltura. La loro avanzata coincise con un ritrarsi verso la Sicilia interna e occidentale dei Sicani, altra popolazione stanziatasi in Sicilia durante l’Età del Bronzo.

Sempre Tucidide, storico in genere abbastanza attendibile, ci dice che essi erano fuggiti sulle loro imbarcazioni dagli “Opici”, una popolazione italica dell’Italia centrale. Aggiunge anche che, giunti sull’isola, i Siculi vinsero in battaglia i Sicani e li scacciarono verso le parti meridionali ed occidentali della stessa, tre secoli prima dell’arrivo dei Greci. Tanto fu importante il loro dominio sul territorio che l’intera isola prese allora il nome da loro e divenne la Sikelia. Venerati dai Siculi erano i due Palici (Palikoi), divinità del mondo sotterraneo, associate a crateri vulcanici, pozze di acqua bollente e sulfurea e altri fenomeni tipici della zona del lago di Naftia (Provincia di Catania). Simili ai Cabiri e ai Dioscuri, essi erano anche protettori e fertilizzatori dei campi.

 

Sembrerebbe plausibile quindi che la città di Zankle non ebbe mai una “fondazione vera e propria” di rito greco, visto che, quando i “fondatori” arrivarono, l’insediamento siculo già esisteva e i greci si sarebbero semplicemente uniti a loro, nel loro villaggio o nelle immediate vicinanze. Per questo la data di fondazione, altre volte chiaramente e nettamente calcolata e riportata dalle fonti, in questo caso non ci sarebbe pervenuta con precisione. Lo stesso nome “Zankle” (Zanklo, Dankle), “la Falce”, non è una parola della lingua dei Greci, ma di quella dei Siculi. Il termine è un chiaro toponimo geografico che ricorda la forma falcata del porto, l’attuale “Penisola di San Ranieri”, e doveva di conseguenza connotare anche l’abitato siculo, costituito da capanne rotonde come quelle ritrovate a Ortigia.

Come i Fenici e i Cumani di Periere, anche i Siculi avevano una notevole (se non prevalente) propensione navale e marina, mercantile e piratesca, e anche per loro la zona falcata di Messina fu un luogo fondamentale di insediamento e controllo del territorio e delle rotte navali. Basta accennare semplicemente che lo Stretto di Messina era esattamente al centro del Mediterraneo e il punto di accesso fondamentale tra l’Egeo e il Tirreno, per tutti gli scambi che possiamo immaginare avvenissero tra popolazioni nuragiche, etrusche, italiche, liguri, levantine ed elleniche già prima dell’VIII secolo. Ne è indizio ulteriore la presenza connotante dei due pericoli mitologici riportati nell’Odissea, Scilla e Cariddi, che sono tra i pochissimi “riferimenti geografici” precisi di quest’opera, segno che ai narratori che tramandavano oralmente di generazione in generazione le avventure per mare di Odisseo, non sfuggiva almeno per accenno l’esistenza di un lontano Stretto sorvegliato da gorghi, correnti e scogliere pericolose: lo Stretto di Messina.

Scilla e Cariddi

L’insediamento dei Siculi fu la base di partenza per quello greco, che sorse presumibilmente tra il torrente Boccetta e il Portalegni, l’attuale via Tommaso Cannizzaro. La base della falce del porto era certamente il luogo dell’abitato, mentre il punto di guardia e controllo del territorio era posizionato presso Montalto e nella zona dell’attuale Santuario di Cristo Re.

Anche nella zona del Castellaccio e di Camaro la presenza delle popolazioni locali si doveva fare sentire, non come presenza ostile ma come riferimento locale di un partenariato commerciale. Sulle colline di Camaro si trovava in precedenza una consistente presenza di genti della “media età del Rame”, appartenenti alla cosiddetta Cultura di Piano Conte, presenti dal III Millennio a.C. e in contatto con le civiltà cicladiche. Testimonianze dell’antica e media età del Bronzo, del II millennio a.C., sono invece assai estese, sia nell’area più vicina alla costa (Via La Farina) che più all’interno (Casa dello Studente).

Prima dello stanziamento dei Calcidesi, i Greci e altre genti analoghe delle Età del Bronzo e del Ferro erano un vero e proprio fronte aperto verso le rotte di scambio del Mediterraneo. I Siculi e le altre popolazioni dell’entroterra acquistavano da questi naviganti, mercanti e predoni le merci esotiche e straniere che essi portavano con sé dalle proprie koinè e rivendevano loro le materie prime da esportazione del proprio territorio. Il porto falcato rimase sempre il maggiore vanto e punto di riferimento della “città”, un approdo eccezionale da presidiare per ottenere il controllo dello Stretto, probabilmente non fortificato e senza necessità di moli ma in grado di contenere centinaia di imbarcazioni.

Miniature dei Popoli del Mare – probabilmente questi sono i Siculi

Capo Peloro era un punto altrettanto famoso e celebrato dalle fonti antiche della stessa zona falcata, luogo di fuochi di segnalazione, punti di controllo e attracco a ridosso del passaggio dello Stretto. I Laghi del Capo e il braccio di mare antistante sono presenti con dovizia di particolari nell’Odissea e in Esiodo, i riferimenti letterari greci più antichi che possediamo. Qui, tra i pantani degli attuali villaggi di Ganzirri e Torre Faro, terre della ninfa Peloria dai capelli adorni di rose di palude, vi era un tempio antico già per queste primissime fonti, costruito in quel luogo nel tempo del mito. Da questo, più volte rifatto, proverrebbero diverse colonne finite poi nel Duomo di Messina e le straordinarie Pietre della Fenice.

Questi due incredibili reperti archeologici, ignorati a tutt’oggi dagli egittologi professionisti, sono conservate oggi “presso” il Museo Regionale di Messina dopo essere state dismesse dal Duomo nel 1902. Furono ritrovate occasionalmente durante una fase di restauro, sopra le colonne che delimitavano l’area dell’altare maggiore e fungevano da piedritti della cornice dell’abside del Cristo Pantocratore. Nascoste da un’armatura in mattoni e da intonaco e stucchi di epoca cinquecentesca, furono collocate verosimilmente in quella sede durante una fase di restauro avvenuta fra il 1254 (l’anno dell’incendio del tetto di copertura dell’altare maggiore) e l’anno 1330 (quando l’Arcivescovo Guidotto De Tabiatis, né restaurò gli arredi delle absidi con apparati musivi).

La collocazione sull’altare della Basilica Cattedrale di Messina dipende da un riutilizzo di suppellettili estrapolate dal misterioso tempio siculo-greco di Capo Peloro, situato nell’attuale Contrada Margi del villaggio di Torre Faro. Lo storico messinese Alessandro Fumia identifica i geroglifici contenuti nella prima colonna come l’avvistamento della Fenice di Fuoco nel cielo della città egiziana di Eliopoli, così come viene ricordata nel mito della Fenice di Erodoto. Queste pietre sarebbero assenti dal suolo egiziano da almeno trentatre secoli, giunte a Messina durante le scorrerie dei Siculi dell’epoca di Ramses III e poi da esse usate per adornare il tempio di Capo Peloro.

L’ultimo accenno di questa Appendice è dedicato proprio a tale area sacra, che Esiodo ci dice esser stata edificata dal Gigante Orione per onorare il padre Poseidone. Secondo il mito, Orione fu anche il creatore del promontorio del Peloro e delle più antiche fondazioni della città di Messina, adombrando in qualche modo l’attività mitica delle popolazioni pregreche del territorio. È verosimile che Poseidone (o meglio la sua variante sicula e mediterranea) fosse davvero la divinità adorata da nativi e naviganti in questo santuario, affacciato su uno dei punti marittimi più importanti della navigazione preistorica, sebbene a tutt’ora non siamo certi dell’intitolatura sacrale di questo luogo.

Che questa attribuzione al dio del mare sia vera o meno, il culto di Poseidone-Nettuno rimase connotante della città di Messina per tutta l’antichità greca e romana, com’è logico che sia nel caso di una città di mare come questa. Un altro tempio di Poseidone si trovava nel luogo in cui oggi sorge la più antica chiesa normanna di Messina, la Santa Annunziata dei Catalani, e un terzo presso l’attuale Santuario di Dinnammare, da cui il dio poteva controllare l’intera cuspide nord-orientale della Sicilia e i due mari che la circondano.

Un dio che, tanto per dirla tutta, sovrintende anche ai terremoti: un genere di catastrofe che affligge la città di Messina da millenni.

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