Dungeons&Dragons – Il Gioco dei Giochi 3

by • 19/10/2011 • Dal LibroGame al Gioco di Ruolo, Dungeons&Dragons, Roba miaComments (0)1234


Un sito che parla di giochi di ruolo ed avventura non può prescindere da quello che è considerato il capostipite e il fondamento del genere. Questi articoli su Dungeons&Dragons sono stati pubblicati alcuni anni fa su Fantasy Magazine e vengono qui riproposti a puntate riveduti e aggiornati.

3. Il Dungeon Master e i suoi 50 Giocatori

Il concetto di Dungeon Master è una innovazione importante, derivata dal gioco Modern war in miniature: a stastical analysis of the period 1939 to 1945. Al tavolo di gioco i giocatori sono divisi in due gruppi: chi gioca e chi fa giocare gli altri. 

È interessante notare come queste due funzioni “piacciono” ai giocatori per motivi diversi e ci siano spiccate predilezioni e preferenze, ma anche intercambiabilità dei ruoli e capacità di differenziarsi, da personaggi e master, secondo la propria personalità.

La funzione di Dungeon Master sarà poi acquisita da ogni gioco di ruolo successivo (con l’esclusione di pochissimi esempi e di alcuni giochi cosiddetti “new wave”) e rappresenta praticamente un proseguimento di quella dei creatori e degli sviluppatori del gioco. Per questo motivo il Master viene sempre incentivato ad adattare e creare regole secondo le proprie preferenze e a creare proprie avventure. Il Dungeon Master interviene in pratica con logica “fuzzy” per sistemare quello che non gli piace del regolamento e delle avventure, affinché le sessioni di gioco scorrano sempre più lisce e divertenti.

Questa parte creativa (ma arbitraria) della funzione del DM è spesso oggetto di critica, ma rappresenta uno degli aspetti più connotanti dei rolegame originari, quando era impensabile la condivisione del beta-testing a migliaia di giocatori-cavie (come avviene oggi: vedi Pathfinder) e le relazioni di gioco si basavano su divertimento condiviso e spontaneità, piuttosto che sulla struttura più rigida e strettamente competitiva di boardgame e wargame.

In OD&D del gioco si stabiliva, abbastanza ottimisticamente, che un solo arbitro di gioco potesse gestire fino a 50 giocatori, con una media consigliata di circa 20. Nelle edizioni successive naturalmente tale forbice sproporzionata discende fino al numero consigliato di 3-5 giocatori.

La grande innovazione del gioco fu subito individuata nella sua valenza immaginifica. A parte schede e dadi, carta e matite, al tavolo dove si gioca “di ruolo” non è necessario avere praticamente nient’altro: il Dungeon Master racconta quello che accade, i Giocatori interagiscono con la sua narrazione interpretando le azioni del proprio Personaggio, le sfide si risolvono lanciando i dadi e confrontando il risultato con le proprie caratteristiche. Tutta la sessione si svolge nell’immaginazione dei giocatori, ovvero nella loro mente e non su supporti fisici particolari.

Molte altre furono le convenzioni e le modalità di gioco che nacquero con OD&D e che oggi sono diffuse in tutti i giochi di ruolo: il sistema basato sui dadi poliedrici, l’uso di schede del personaggio, l’esperienza e i livelli del personaggio, le meccaniche di combattimento, l’uso delle caratteristiche e delle abilità, l’interpretazione dei personaggi e lo sviluppo della storia determinato dal Master.

Oltre alla progressiva riduzione del numero dei giocatori (dai teorici 50 agli attuali 3-5) un altro elemento che si è andato progressivamente perdendo da Original D&D ai giorni nostri è l’uso di molti dadi e meccaniche diverse, dapprima imitato e favorito in tutti i giochi e oggi sempre più abbandonato per lasciare spazio a una semplificazione progressiva, che ha portato al D20 System e a meccaniche uniformate e semplificate per la risoluzione di tutte le situazioni del gioco.

Continua…

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