Il Decamerone dei Morti – La novella di Cangrande

by • 19/05/2013 • Decamerone dei Morti, Racconti, Roba mia, RomanziComments (2)1620

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Il Decamerone dei Morti! Ultima anteprima, tratta questa volta dalla Novella Decima o di Cangrande, anche detta de Il Trionfo della Morte. Il Decamerone dei Morti è disponibile sul sito di Origami Edizioni!

Estratto dalla Novella Decima o di Cangrande

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Cangrande prende le disposizioni per la giornata e va girando torno torno per Firenze, essendo testimone di molti fatti drammatici e luttuosi, che si concludono infine con una gran tragedia.

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(…)

All’opera mancavan giusto i Beccamorti, nonostante il loro officio sarebbe stato ben richiesto in quel giorno, che tanti resti e membra si dovean trattare e portar via o gettare al fuoco. Ma debbo anche dire che niun di noi avea voglia di veder quelle canaglie in giro in un’ora tanto serena o pur quei becchi di corvo e quelle vesti rosse del malaugurio o sentir andar per la via i loro campanelli, sicché non vi era alcun che lamentasse la loro assenza.

Avvenne però che le ultime delle Carcasse d’Oltrarno eran state attirate e fatte a gran pezzi dai beccai del Menabuoi e dai fabbri di mastro Martello e pertanto uno di loro grande e grosso ci gettò da lungi un’alta voce, perché andassimo a stanar dai loro covi proprio i Beccamorti, affinché allestissero le pire e le fosse per consumare i corpi e le carogne e passassero coi loro carretti per le vie a ritirar i Morti per portarli ai roghi.

Ferrante si prese allora carico di quell’incombenza e, datosi che ne avea l’autorità, decise di andar a convocar quei bravi a nulla, che fosse con cortesia o con la forza. Allora per simpatia e piacer di nostra brigata egli chiamò con sé tutti i suoi e insieme noi cinque ce ne andammo verso la lercia tana di coloro, a gettar loro richiamo, anche sfruttando l’occasione per muoverci e cambiar posto.

Ci muovemmo così per raggiunger la cattedrale e chiamar quei vili, attraverso vie punto deserte, e giunti allo spiazzo della chiesa vedemmo tre di quei manigoldi seduti di fuori dalla porta e a terra vi era gran fracasso di cocci spaccati e di vino, su cui si posavano le mosche. Ferrante allora li chiamò con gran voce: «Messeri, ci occorrono i vostri servigi al fiume e di là d’Arno. Di grazia radunate i vostri e venite con noi in quanti più potete.»

A quella voce, essi tre si alzarono e vennero verso di noi, ché già indossavan la maschera e si muovevan come ubriachi. Ma quando giunti furono a pochi passi, si lanciarono avanti con le braccia protese e incespicando e noi ci avvedemmo della verità, che questi avean ancora la maschera da corvo e il rosso dei manti, ma che essi solo servivano a nascondere la loro terrifica afflizione. Di macchie di sangue erano intrisi i manti, dietro alle maschere i loro occhi erano vacui: essi eran Morti e della genia feroce dell’Arpie!

Un di essi cadde su Ferrante, prima che questi potesse tirar fuori la spada e con il becco gli sbatté sul viso, ferendolo all’occhio. Subito il nostro caporale si volse per il dolore e cacciò un gran grido, mentre uno degli altri gli si faceva parimenti addosso e l’altro ancora volgeva il capo di uccellaccio verso di noi, che già eravam balzati indietro e il nostro respiro s’era fatto più veloce.

(…)

Se Santa Reparata era tenuta infino ai giorni innanzi dai laidi Beccamorti come porcile e bordello, adesso ben peggiore era il suo aspetto: gli animali eran tutti fuggiti via o smembrati ed ammazzati, tutto era gettato in aria e mostrava segni di strage e di rapina, le donne eran perse o massacrate e su ogni cosa gravava il segno della morte e della distruzione.

Il gran bastardo era invece ancora colà, sul bordo dell’abside che era ormai sua dimora, stringendo in mano una picca e con essa tenendo in terra schiacciata una donna nuda che si contorceva come ossessa, di certo Morta feroce anch’ella, e mentre noi ancora ci battevam passo passo contro i Morti, schernendoci come si fosse in amabile conversazione, disse: «Ben trovati, amici miei, se cercavate sollazzi o vino giungete troppo tardi, ché le donne son tutte fuggite via o son state divorate e il vino si è tramutato in sangue. Ma d’altronde questa è una chiesa, quindi la cosa non dovrebbe stupirci più di tanto, ne convenite?»

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Il Decamerone dei Morti 

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L’alba dei Trapassati Redivivi

Dieci storie di altrettanti sopravvissuti raccontano i terribili avvenimenti di un’epoca oscura in cui l’Europa cadde nella morsa della mortifera pestilenza in grado di far rialzare i morti. Tre donne e sette uomini narrano le vicende loro e della compagnia in cui militano, in modo da lasciare un ricordo di quei terribili giorni e perché la loro esperienza possa essere di aiuto alle generazioni future.

Seppure un futuro vi potrà essere.

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2 Responses to Il Decamerone dei Morti – La novella di Cangrande

  1. Alon Padisha says:

    il decamerone dei morti… che dire, è una lettura godibilissima nonostante (ma io direi grazie a) il linguaggio trecentesco A me piace moltissimo quando il passato viene reinterpretato alla luce delle esperienze contemporanee, e secondo me molto raramente stato fatto così bene per quanto riguarda il genere. direi cheè una rivisitazione della peste del xiv secolo rivista in chiave horror acora migliore di quella di karen maitland in company of liars
    insomma boccaccio non si rivolta nella tomba….o si? sarà mica uno zombie?

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