Il Decamerone dei Morti – La novella di Raolino

by • 09/03/2013 • Decamerone dei Morti, Racconti, Roba mia, RomanziComments (0)134245

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Il Decamerone dei Morti! Un’anteprima della Novella Terza o di Raolino, anche detta de Il Giorno dell’Ira. Il Decamerone dei Morti sarà presto disponibile sul sito di Origami Edizioni!

Nelle terre d’Oriente e in quel di Francia gravi prodigi avvengono, né valgono le sante reliquie o le parole delle sacre scritture o l’agire degli uomini di fede per fermare l’Ira di Dio che si abbatte sul mondo.

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Estratto dalla Novella Terza o di Raolino

(…)

Quella notte insomma, mentre di nuovo lampi e tuoni si rincorrevano per il cielo all’infinito, ma senza versamento alcuno di pioggia, i morti si rialzarono e corsero di casa in casa, battendo alle porte e alle finestre, gridando e cacciando come lupi feroci. Uscimmo in strada, d’insieme con gli armigeri del regno, e ci scagliammo su quegli Ossessi come contro a un battaglione di selvaggi armati per la strage.

Ruffino frattanto gridava contro i valdesi tutte le sue maledizioni, accusandoli di essere carne del diavolo e servi immondi delle legioni stesse dell’inferno, e altre esclamazioni simili che poco ci aiutavano nel nostro compito, mentre anche i confrati cadevano sotto le zanne di quei mostri rabbiosi.

In un modo o nell’altro io e i miei compagni molti ne uccidemmo e altri li colpimmo infino a renderli incapaci di ferire e muoversi, e tanta determinatezza mostrammo nel nostro compito quanta ce ne era bisogno per la ferocia dell’assalto, finché il buon armamentario, la fede in Dio e il convincimento incrollabile ci concessero la vittoria.

E tuttavia non cognoscevamo ancora il vile manifestarsi del Flagello e il fatto che l’afflizione serpeggiasse dentro le ferite dei nostri compagni, financo mentre ci stringevamo ad essi e fianco a fianco ringraziavamo Dio nella cappella, per averci dato salvezza e vittoria. E così, i graffi e i morsi lasciati dagli indemoniati sui miei compagni, sugli armigeri e sui frati di Ruffino vennero fasciati normalmente, e i feriti vennero fatti stendere come se niente fosse nei loro consueti giacigli.

Non avrete difficoltà a immaginare quello che accadde successivamente. Poche ore dopo i feriti caddero in agonia, e dall’agonia morirono, e dalla morte tornarono in quel simulacro di vita che meglio sarebbe dire demoniaca possessione, e quando la porta delle loro camera si aprì essi vennero fuori ruggendo e compirono altra strage.

Dentro il borgo essi si diffusero come piaga infernale, e per un intero giorno e una notte si divisero e radunarono e proliferarono come ratti affamati. Fu la prima volta, ma non purtroppo l’ultima, che vidi i figli divorare le madri e gli amanti uccidere i propri amati.

Infine, dopo una notte e un giorno di battaglie, all’alba ridotti grandemente di numero venimmo fuori dalla cinta delle mura, serrammo le porte e ci schierammo all’esterno, con Ruffino stesso che ci sollecitava.

Ponemmo un presidio continuo attorno a tutto il borgo, come si fa in certi lebbrosari, e obbligammo da lungi chiunque fosse ancora vivo e salvo a rinchiudersi nella propria abitazione e attendere, sebbene nemmanco noi sapessimo che cosa attender si dovesse.

Ma da dentro le mura si levavano continuamente grida e urla e il fragore di assi e legna spezzate, e io temo che quegli Ossessi fossero tanto abili e forti da assaltare le case e sfondarne gli usci, e strappare i lattanti dalle braccia delle nutrici e dilaniarli con denti e unghie, e far scempio infine di tutto e tutti. Nel giro di qualche ora gli indemoniati assalirono ogni uomo, donna, anziano e bambino riuscissero a scovare, e lo dilaniarono con furia di belva. E i morti nuovamente tornarono a rialzarsi dalla polvere e dai rivoli di sangue e l’un l’altro si divorarono.

Sfuggendo da postierle e finestre o calandosi dalle mura, alcuni dei feriti e degli scampati vennero allora fuori in preda a gran terrore, ma noi li ricacciammo dentro o li uccidemmo, perché ormai di tutti temevamo la vicinanza e il contatto e il morso. E in quest’opera, Ruffino invece di fermarci ci esortava come spiritato, dicendo che essi erano eretici e questo era il castigo di Dio su di loro, ché l’Onnipotente avea voluto che essi divenissero demoni e tutti si uccidessero tra loro.

Ma è giusto che io vi dica che non tutto quello che ho dovuto compiere quel dì è stato senza colpa e io sono forse il più grande dei peccatori tra i figli di Dio, per quello che ho commesso, avviluppato dalla paura e dall’orrore, mentre la mia fede vacillava.

Invero, ho dovuto macchiare la spada che impugnavo e la croce che indossavo del sangue di gente che forse non professava alcuna eresia o perfidia, e volea solamente scappar via dagli artigli dei mostri. Essi fuggivano dal male e dal demonio, dai Morti e dall’orrore, dalle zanne dei loro amati che ora bramavan solo di dilaniarli. Fuggivano da tutto questo e trovarono noi, che dovevamo essere la mano di Dio e dovevamo trarli in salvo.

E che invece li uccidemmo.

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Il giudizio universale nella sua versione più funesta, quella di Giorno dell’Ira

Il Decamerone dei Morti 

o

L’alba dei Trapassati Redivivi

Dieci storie di altrettanti sopravvissuti raccontano i terribili avvenimenti di un’epoca oscura in cui l’Europa cadde nella morsa della mortifera pestilenza in grado di far rialzare i morti. Tre donne e sette uomini narrano le vicende loro e della compagnia in cui militano, in modo da lasciare un ricordo di quei terribili giorni e perché la loro esperienza possa essere di aiuto alle generazioni future.

Seppure un futuro vi potrà essere.

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