Le ultime lettere di Jacopo Mortis – 7

by • 02/03/2012 • Risorgimento di Tenebra, Roba miaComments (0)1569

Questo racconto partecipa all’iniziativa “Risorgimento di Tenebra” promossa dal gruppo Moon Base, la pagina facebook degli amanti della fantascienza e del fantastico.

Ecco l’elenco dei paragrafi usciti finora.

7

Bestie nere, villose più di comuni cinghiali, sozzi, irsuti, schiumanti bava dalle fauci ci corsero incontro alla carica, soffiando dalle froge tutta la propria furia.

I più avanzati dei nostri compagni furono investiti dalla loro folle corsa e vennero travolti lanciando alti strepiti. Dietro di essi venivano giù uomini che mi parvero antichi e rustici come satiri. Indossavano pelli delle loro medesime belve e avevano lo stesso sozzume e fetido aspetto dei porci, se non che andavano correndo su due zampe invece che quattro. Nelle mani essi impugnavano bastoni nodosi e quelle che mi parvero lame di ossidiana, tanto che nulla vi era nel loro aspetto che potesse aiutare a distinguerli dagli arcantropi selvaggi delle ere preistoriche.

Dopo la sorpresa della prima carica, nel trambusto dell’attacco, tutti noi Riparatori ci riscuotemmo dallo spavento e corremmo ai ripari, impugnando i moschetti o estraendo le lame dai foderi.

Una scarica di schioppettate risuonò sull’altura e per tutte le valli d’intorno e avemmo tutti modo di scaricare i fucili tre volte su quegli assalitori prima di vederli disperdersi.

Un’ultima accozzaglia di uomini e bestie si andava avanzando verso un grosso macigno, dietro al quale stavano accovacciati due nostri compagni assieme ad Ignazio. Per un attimo temetti che il buon vecchio stesse per trovare la morte, magari con sulle labbra qualche rima dei classici a lui tanto cari. Invece, egli estraeva dalla bisaccia delle capsule della grandezza di un braccio e le scagliava accese contro i suoi disumani assalitori, provocando una fortissima detonazione e una vampa brillante di colore azzurro.

Finimmo i superstiti in fuga con un’altra scarica di piombo e freddammo sulla punta delle sciabole i nemici rimasti sul terreno. Ignazio si avvicinò ai resti di quelli che aveva colpito ed esaminò con soddisfazione gli effetti della sua arma. “Una variante di fuoco greco che io stesso ho elaborato,” mi spiegò, “a base di mercurio fulminante. Ne siamo ben equipaggiati e stavolta, signor Mortis, sarò ben felice se anche lei volesse maneggiarne.”

 

Ci accostammo ai nostri caduti. Cinque di essi erano stati sventrati e giacevano al suolo in agonia e altri tre avevano ricevuto sì gravi colpi da non poter certo proseguire l’impresa. Senza porre altri indugi, lasciammo loro come scorta quattro compagni più lievemente feriti e il Principe ordinò loro di creare barelle e trasportare i caduti al palazzo dell’inglese. Avrebbero trovato ricovero lì e ci avrebbero atteso per i giorni a venire.

Ridistribuimmo poi il carico delle nostre sacche e ci dirigemmo alle grotte.

Eran questi i primi cancelli da cui avremmo raggiunto il cuore del mondo. Il Principe trovava la via come se fosse stato in quel luogo di recente e percorremmo dietro di lui alcuni antri rocciosi segnati da fetidi escrementi, macchie di sangue ed urina e lerci pagliericci, ancestrali rifugi trogloditici di quei tetri pastori di porci. Memori dell’attacco subito poco prima, tutti impugnavamo i moschetti già carichi, puntandoli timorosi contro ogni ombra ci apparisse d’innanzi, tremolando alla luce delle nostre lanterne.

Percorso che ebbimo tre basse caverne, giungemmo presso un ultimo anfratto che appariva scavato da mano dell’uomo. Avanti a noi vi era come il frontone di un tempio degli antichi pelasgi o dei siculi, privo di porta o colonne ma del tutto scavato nella roccia e inciso in rilievo. Motivi di enormi serpenti lo ornavano e cecropi attorti e dei che abbattevano titani anguiformi.

Ignazio si avvicinò e scrutò i rilievi con attenzione. “Ecco dunque l’accesso al mondo infero!” disse con tono solenne. “Un tempio dedicato a Giove Etneo, lo Zeus Katachtonios dei sicelioti, custode del mondo infero.”

 

Entrammo nel fano segreto e ivi trovammo una grande vasca di lucida pietra nera, ricolma di melma olivastra. Ignazio prese una pertica e la immerse nel liquido fetido, rimestando sul fondo, liberando vapori mefitici e traendone poi un cranio di porco. “Qui essi compiono rituali per i loro dei terrigeni, come si narra facessero i loro antenati già tremila anni orsono. Figli primogeniti e bestie dal manto nero essi sacrificano alle potenze ctonie. Teniamocene distante.”

Al centro del tempio vi era un tabernacolo quadro, poco più di un alcova con al centro la statua di un dio. Era esso una sorta di guerriero barbuto, dal capo cornuto e sedente su un trono attorniato di catene.

Guardate i segni sul pavimento” dissi ai compagni. Vi erano infatti numerose strisce e abrasioni sul fondo roccioso, segno evidente del trascinamento della statua in più direzioni. “Zeus ha abbattuto Tifone nel Tartaro cupo,” commentò Ignazio esaminando l’idolo arcaico, “e ha stabilito il suo trono su tale vittoria, custodendo da allora e sigillando l’accesso al mondo sotterraneo. Non vi è dubbio sulla via da prendere.” Smuovemmo dunque quel poderoso sigillo e liberammo l’accesso agli interminabili passaggi al di sotto della Montagna.

Ed eccoci a discendere verso il cuore del mondo.

Al di sotto del tempio vi era una lunga scala intagliata nella roccia, ampia e regolare.

Man mano che la percorrevamo, l’aria si faceva calda e rarefatta e i gradini scivolosi, impregnati di pallide muffe e sempre meno sbozzati. Giungemmo infine ad un punto in cui la scala si spezzava e precipitava in un abisso fumigante. Il percorso tracciato dagli antichi scalpellini, ovunque fosse diretto, terminava in una copia malfatta dell’inferno dantesco. La caverna su cui ci affacciavamo non era certo un girone dell’Ade, ma solo una semplice fenditura naturale. Eppure, i vapori sulfurei, i bagliori rossastri sul fondo e il cupo gravame della montagna sopra di noi opprimevano i nostri cuori come ci trovassimo già in un orrido girone oltremondano.

Eppure si era ancora soltanto all’inizio della nostra discesa. Srotolammo tutte le corde e le funi che avevamo con noi e approntammo una scala composta di nodi, lunga oltre un centinaio di metri. Candeloro fu il primo a saggiarla e discese lungo la parete, sospeso a mezz’aria. Io mi offersi volontario come secondo e assieme a lui mi calai per quella ripa sotterranea.

A parte la lanterna, avevo con me soltanto la sciabola fissata alla cintura e il moschetto alla spalla, eppure quando arrivai sul fondo del burrone provavo un grave affanno ai polmoni e mi sentivo spossato come se avessi marciato per ore con sulla schiena il mio carico pieno. Ci guardammo attorno, avanzando per un breve tratto in mezzo alle rocce eruttive, mentre ogni nostro passo pareva creare echi lontani in un luogo abituato al silenzio più cupo. Il rosso bagliore del fuoco proveniva da una fenditura innanzi a noi, di fronte alla parete che avevamo disceso. Oltre la roccia spezzata ci attendeva una vasta caldera, fumosa di zolfo e vene di lava in fusione. Avvertimmo il gruppo rimasto sulla cengia più in alto e li facemmo scendere fino al nostro livello.

Il Principe dispose allora che altri tre compagni rimanessero indietro, ben armati e dotati di viveri e olio. Essi avrebbero dovuto staccare per noi la corda e lanciarla dabbasso, per poi vegliare sulla scala e presso il tempio, affinché i selvaggi e le loro belve non ci chiudessero dall’alto la via del ritorno. Abbracciammo e salutammo quei prodi come per un addio e proseguimmo la nostra discesa.

Il passaggio appresso era una vasta grotta dall’atmosfera soffocante, impregnata di vapori acidi e percorsa da vene di fuoco. La superammo rapidamente, giungendo ad un pendio sotterraneo, composto di cenere fredda e rocce e lapilli, che parevano disseccati ormai da secoli. Proseguimmo giù lungo il pendio come se discendessimo il fianco di un monte, sprofondando sempre più verso le radici del mondo.

Con le armi in pugno e in formazione marziale, marciammo serrati tra canali di magma e soffioni boraciferi, pronti a ogni insidia e periglio si potesse trovare nel cuore di un vulcano. Non avremmo mai potuto immaginare cosa ci sarebbe apparso d’innanzi alla caverna successiva.

Continua…
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0 Responses to Le ultime lettere di Jacopo Mortis – 7

  1. Eh cavolo, bel modo di concludere il capitolo! 😀 Ti dirò, Jacopo Mortis mi ha preso ben bene 🙂

  2. elgraeco says:

    Quando sarà completo, lo leggerò d’un fiato. Comunque, complimenti. 😉

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