Le ultime lettere di Jacopo Mortis – 8

by • 25/05/2012 • Risorgimento di Tenebra, Roba miaComments (0)1477

Questo racconto partecipa all’iniziativa “Risorgimento di Tenebra” promossa dal gruppo Moon Base, la pagina facebook degli amanti della fantascienza e del fantastico.

Ecco l’elenco dei paragrafi usciti finora.

8

I baratri, le rupi scoscese e le caverne fumiganti lasciarono il posto ad un vasto giardino, mirabile a vedersi ai nostri occhi molto più di quanto un lettore di questa cronaca possa comprendere.

Provi, chi voglia cimentarsi in tale semplice prova, a figurarsi il nostro stupore quando, lanterne ed armi in pugno, saldi e compatti, attrezzati ad affrontare i perigli del cuore di un vulcano e gli abissi del mondo sotterraneo, ci ritrovammo in vece loro di fronte niente altro che un prato largo e florido di erbe e fiori, rischiarato dall’alto dai raggi del sole, che filtravano attraverso numerose crepe nelle pareti della montagna.

Cosa ancor più stupefacente era che tale giardino infero appariva ben curato e protetto, come se vi fossero inservienti che vi badassero con provetta dedizione e ne sistemassero via via i difetti, addomesticandone l’aspetto selvaggio e tartarico fino a renderlo pari a un gradevole parco coloniale.

Un basso muro di conci scuri lo circondava, tracciando un ampio semicerchio di fronte a noi. La curva della recinzione, ricoperta di muschi gialli e rossastri, si apriva al centro in un arco di pietre intrecciato di rampicanti, che brillavano ai raggi del sole come fossero d’oro.

Al centro del giardino, quasi nascosto dietro due alti cipressi e con due vaste dracene ai lati, vi era una bassa costruzione quadrata, con il tetto a volta semisferica che riluceva di bronzo dorato, della stessa tinta dei muschi.

Ci facemmo allora innanzi all’ingresso, senza mai tuttavia smettere l’uso di guardarci attorno, in alto e verso gli angoli oscuri della caverna, temendo l’arrivo improvviso di un qualche male segreto.

 

I primi di noi si eran cautamente addentrati nel giardino, e io con essi, quando ecco che dal retro della costruzione vennero fuori tre dame di altera figura. Stupiti dell’incontro, ci disponemmo a mezzo cerchio innanzi alle donne, poggiando i piedi sui bassi sassi levigati che spuntavano qua e là nel giardino, pallidi tra l’erbe verdi.

Venivano esse una innanzi all’altra, in silenziosa processione, e la prima aveva vesti di gran carminio, capelli della medesima tinta e incarnato chiaro. La seconda era invece di pelle più scura, ma aveva capelli e vesti di color bianco crema. La terza infine era nera corvina nel crine e nell’abito, ma con carnagione più simile alla prima. Mi sembrò da subito che il loro incedere fosse bizarro e che esse non compissero i corretti movimenti dovuti all’andatura delle donne e, ancora, che al contempo strane pieghe e storcimenti prendessero ad ogni passo i loro abiti, ma tanto era invero lo stupore generale per quella apparizione che non mi avvidi al momento della rilevanza di tali dettagli.

Quando ci furono innanzi, a pochi passi di distanza da noi e al centro di quel misterioso giardino, la dama in rosso ci si rivolse e queste parole udimmo: “Venite, diletti ospiti, non abbiate timore”. Eppure anche allora avremmo dovuto notare che le sue labbra non si muovevano, né battevano le palpebre dei suoi occhi, e il volto suo era troppo fisso e privo di gesti.

Fu il Principe Moncada a prender parola per rispondere e così disse, rivolgendosi loro: “In questo luogo cupo e in questo antro, ci coglie lo stupore nel vedervi, mie signore. Il mio nome è O. dei Principi Moncada e questi miei sodali mi accompagnano in una spedizione. Posso chiedervi chi siete e cosa fate in questo luogo?”

 

La dama in nero e quella in bianco fecero allora qualche passo in avanti e presero posizione accanto all’altra donna, leggermente arretrate e discoste dai suoi fianchi. Poi, le tre sconosciute sollevarono tutte insieme le braccia nude verso di noi, come per offrirci un abbraccio affettuoso.

Ancora la dama in rosso ci guardò fissamente e ancora disse, con il medesimo tono di poc’anzi: “Venite, diletti ospiti, non abbiate timore”. Fu allora che notai che anche la voce udita pareva alquanto strana e priva di emozione, così come lo era il viso e la gola che l’avevano articolata. Sembrava che quelle parole venissero ogni volta pronunciate con vuota indifferenza e distacco, ripetute come non avessero alcun significato. Ma anche questo mi apparve chiaro solo in seguito.

Fu stavolta Ignazio a risponderle, dicendo: “Ci sovviene dalle antiche leggende che sotto l’Etna vi sia la dimora di Morgana la Fata e che qui riposerebbe l’antico Re Arturo di Britannia. Siete voi quella Morgana dei cantari medievali e sono costoro le vostre sorelle?”

Esse all’unisono si volsero verso di Ignazio e lo fissarono con occhi vacui, come senza vederlo davvero. Anche il gesto del loro collo fu bizarro e osservai allora per la prima volta quanto stravaganti fossero le loro chiome e come troppo simili alle vesti di ciascuna esse apparissero. Mi parve inoltre che, dietro le spalle, vesti e capelli si fondessero in una sola sostanza, simile a un velo o forse ad un mantello, e che questa materia si muovesse di concerto in un modo del tutto innaturale.

Venite, diletti ospiti, non abbiate timore” disse ancora la dama in rosso e stavolta vidi distintamente e più non potei dubitare che essa avesse parlato senza neanche dischiudere le labbra.

Quella stravagante peculiarità mi mosse per un attimo al timore e feci come un mezzo passo indietro di sorpresa. Accadde dunque che poggiai lo stivale su una delle pietre bianche del giardino ed essa si ruppe e cedette sotto il mio tacco, facendomi perdere l’equilibrio e cadere sulla schiena.

Subito mi rimisi in ordine, ma lo sguardo mi si posò allora su quello strano sasso che aveva ceduto al mio peso. Esso appariva forato e spaccato al centro in forma pseudo-circolare e aveva lasciato un margine poroso e scaglioso nel punto di rottura, rivelando un interno cavo e di color giallastro.

Fu allora che compresi il pericolo di quel giardino. Non erano sassi quelli che spuntavano tra l’erba, bensì teschi, crani, tibie ed altre ossa, sparse e mezze sepolte nel terreno.

Fu allora che le tre dame si volsero su di noi, trasfigurarono in mostri e ci assaltarono.


Continua…
Pin It

Related Posts

0 Responses to Le ultime lettere di Jacopo Mortis – 8

  1. Finalmente, Mauro! 🙂

    Devo dire che questo capitolo fa effetto, eh. La descrizione dei capelli e dei vestiti che si mescolano insieme, la freddezza della donna in rossa che ripete sempre la stessa frase, la scoperta dei teschi. A quando il nono capitolo? 😉

    Ciao,
    Gianluca

  2. maurolongo says:

    Grazie Gianluca… questo episodio è stato una gestazione… spero di essere più veloce nel prossimo e nel concludere la storia, prima che essa concluda me…

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *