Virginia Strano e la Chiave di Re Salomone – parte terza

by • 05/04/2012 • Racconti, Roba miaComments (0)1405

 

Virginia Strano e la Chiave di Re Salomone è uno dei racconti vincitori del concorso Steampunk vs Dieselpunk di Scrittevolmente.
Ecco la prima e la seconda parte del racconto.

(…)

Kadmos atterrò con un tonfo accanto a lei, facendo cigolare le molle e gli stantuffi d’arresto. Lo scimmione pesava oltre venti pietre, ben al di sopra della portata consigliata degli ornitotteri. Ma d’altra parte, Kadmos si era rivelato indispensabile nelle ultime missioni ed era uno dei suoi compagni più fidati. Virginia non avrebbe saputo organizzare quella spedizione senza di lui, né si sarebbe mai arrischiata in quella valle da sola. Kadmos nascose il proprio ornitottero accanto all’altro e si fissò alla cintura i makhaira da lancio e le due lunghe lame falcate.

Quando furono pronti, Virginia estrasse nuovamente la Mappa di Abulafia e studiarono ancora il percorso. La carta era ingiallita e rovinata ai bordi, ma suo zio l’aveva spalmata di un composto fissante che avrebbe impedito ulteriori danneggiamenti, compresi quelli da acqua, fuoco, strappi o acidi. La mappa segnalava la gola in maniera stilizzata e la maggior parte del foglio era occupata da simboli di cabala mistica, schemi numerologici e versi in ebraico medievale criptati tramite gematria. Il dottor Strano aveva impiegato tre mesi per decifrarla completamente. Abulafia segnalava la presenza di linee sincroniche a meandro e artifici mistici di protezione lungo tutta la gola, ma indicava anche come aggirarli.

Gli appunti di Abulafia...

Ciò che appare stabile, è infido. Ciò che appare mutevole è sicuro. Non lasciarti trascinare dal flusso incessante delle cose ma percorrilo a ritroso fino alla radice del suo scaturire.

Indovinelli cabalistici pensò Virginia. Abbastanza semplici, una volta che li si traduce in volgare.

Dobbiamo camminare in mezzo al torrente e risalirlo verso la sorgente” disse al suo compagno.

Si misero in marcia, sguazzando fino al ginocchio nelle acque gelide.

Dopo circa un’ora il terreno iniziò a salire e il torrente a farsi più stretto e impetuoso. Un monolito nero, basso e coperto di geroglifici, giaceva abbattuto tra i rovi accanto alla riva. I guardiani di ossidiana ti mostreranno la via…, diceva ancora Abulafia. Uscirono dal letto del ruscello e si avvicinarono alla pietra, scolpita di rune goetiche di inibizione. Il monolito era stato spezzato alla base e le maledizioni esorcizzate tramite simboli scaramantici e schemi gematrici, che qualcuno aveva inciso emblema per emblema sopra i glifi precedenti. BravoAbulafia, continua a fare il lavoro sporco per noi.

Makhaira

La gola si restrinse e divenne una forra scoscesa e ricoperta di rovi, agrispini e alberi gorgone. Kadmos estrasse entrambe le falcate e iniziò ad aprirsi un sentiero nella vegetazione. Virginia sentì il trillo di Pannocchia e la bestiola le atterrò sulla spalla, strofinando affettuoso il muso contro la sua guancia.

Continuarono ad avanzare lentamente, seguendo una pista contrassegnata da altri monoliti abbattuti, che giacevano sepolti dalle canne e dai cespugli. Dapprima terminarono gli alberi grifone, poi gli agrispini e infine si diradarono anche i rovi, fino a scomparire. Si trovarono di fronte una bassa piattaforma di basalto, di forma semicircolare. La sorgente del ruscello si trovava proprio di fronte a loro ed era incassata in una nicchia scavata dall’uomo. Simboli geometrici e rilievi d’età ciclopica contornavano la piccola grotta, mentre l’interno era decorato come la valva di una conchiglia.

Cultura megalitica” disse Virginia. “Vecchia forse di cinquemila anni. Un antico santuario delle acque e quello che Abulafia chiama la radice del torrente. Ma non siamo qui per questo.”

Kadmos annuì e indicò qualcosa trenta piedi più in alto, quasi oltre la visuale di Virginia. Un varco trapezioidale si apriva nella roccia, largo alla base e più stretto nella parte superiore. Il nerboruto simiano si issò lungo la parete e raggiunse l’apertura in pochi istanti. Lanciò una fune alla compagna e la tirò su senza sforzo, mentre Pannocchia le si infilava nella tasca interna del giustacuore.

Si ritrovarono in un passaggio diritto che proseguiva entro il cuore della rupe. Un portale di pietra doveva chiudere un tempo quell’ingresso, ma era stato sfondato secoli orsono e giaceva ora in pezzi sul pavimento di roccia levigata. Un cartiglio inciso sul muro mostrava il nome Abulafia e il simbolo della Menorah, il candelabro a sette bracci che gli imperatori romani avevano trafugato dal Tempio di Gerusalemme e che Alarico aveva preso a Roma.

Seicento anni prima il cabalista spagnolo aveva organizzato una spedizione per ritrovare quel mistico artefatto, che egli considerava il più prezioso dei tesori custoditi nel Sepolcro di Alarico. A quanto pareva, qualcosa gli aveva impedito di portare a compimento l’impresa ed egli era fuggito via da solo, dopo la morte di tutti gli altri membri della missione, riportando poi su una Mappa tutte le indicazioni per ritornare un giorno o l’altro sui propri passi.

Ma le cose erano andate diversamente. Abulafia era morto prima di potersi impossessare del Tesoro di Alarico e solo la Mappa gli era sopravvissuta, tramandata segretamente attraverso i secoli fin quando lei e suo zio, il Dottor Strano, non l’avevano recuperata dagli abissi gremiti di orrori delle Carceri di Gerusalemme.


Continua…


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